Pareti viventi

Immagine21Il progetto di ricerca GRE_EN_S, acronimo di GREen Envelope System, nato nel Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, finanziato dalla Regione Piemonte e sviluppato con partner di ricerca accademici e industriali. GRE_EN_S ha portato a realizzare un “sistema parete verde” LWS modulare costituito da materiali selezionati dal recupero di scarti industriali. In questo modo, grazie anche alla modularità, è stata ridotta la quantità complessiva di materiali e semilavorati usati e sono state ottimizzate le fasi di assemblaggio, esercizio, manutenzione e smaltimento, con importanti vantaggi dal punto di vista economico. I materiali «Il progetto, che nella sua fase sperimentale si è concluso nel 2013, è durato quasi 3 anni, nel corso dei quali sono stati realizzati quattro prototipi testati e monitorati», ci spiega il suo coordinatore, professor Roberto Giordano docente di tecnologia dell’architettura al dipartimento di architettura e design del Politecnico di Torino.

«Per il prototipo definitivo abbiamo scelto la specie arbustiva Lonicera nitida, un sempreverde che si adatta bene agli ambienti urbani perché sopporta l’inquinamento atmosferico. Abbiamo voluto garantire un “pronto effetto”, cioè fare in modo che la parete fosse vegetata da subito e anche per questo abbiamo scelto una specie sempreverde. Il sistema selezionato è formato da una struttura di supporto in alluminio brevettata, una geogriglia interna per l’ancoraggio dell’apparato radicale e una serie di strati di diversi materiali, compresi scarti provenienti dall’industria mobiliera, che abbiamo usato per il rivestimento del pannello, la sua protezione e l’alloggiamento delle specie vegetali. Abbiamo cercato di ottimizzare le modalità di assemblaggio, diminuendo il numero di operazioni manuali, quindi semplifi cando la posa in opera e la manutenzione (in caso di problemi a un modulo, basta sostituirlo), e abbiamo puntato anche molto sulla leggerezza della struttura, rispetto ad altre soluzioni presenti sul mercato», precisa Giordano.

«Ogni modulo misura 50 x 50 centimetri e in condizioni di media saturazione d’acqua pesa circa 3,5 chilogrammi. Ogni sistema modulare è costituito da 6 sacche all’interno delle quali sono inserite le piante che riescono a radicare in soli 3,5 centimetri di spessore in un “terreno” opportunamente ingegnerizzato». La selezione accurata dei materiali, nell’ottica di una maggiore sostenibilità ambientale, è stata seguita per tutti gli elementi che costituiscono la stratigrafi a del sistema. Per esempio, anziché inserire nel “terreno” sostanze polimeriche superassorbenti di origine petrolchimica, i ricercatori hanno selezionato dei materiali che fossero in grado di funzionare come quelli tradizionali, ma con un impatto ambientale molto più basso: «Abbiamo scelto materiali di scarto e di recupero che quasi al 50% hanno sostituito quelli di origine petrolchimica, integrandoli con una fi bra naturale che assicura, soprattutto nelle fasi iniziali di crescita della pianta, una maggiore ritenzione idrica, e che poi si “estingue” una volta che la pianta si è ben radicata. Al terriccio ingegnerizzato sono state aggiunte sostanze nutritive e una fi bra a base legnosa che conferisce una maggiore consistenza. Mentre la radicazione della pianta, che si verifi ca in uno spazio molto ristretto, è favorita dalla presenza di matasse di materiale plastico riciclato», puntualizza Giordano.

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