Open Innovation e trasferimento tecnologico

di Emilia Garito, CEO Quantum Leap

L’Italia è un paese di eccellenza tecnologica che crede di dover vivere soltanto di industria del cibo, moda e turismo – anche se siamo all’ottavo posto nel mondo per numero di pubblicazioni scientifiche e al quarto in Europa, considerando anche che il numero dei ricercatori in Italia è quasi pari alla metà di quelli presenti in Francia. La percezione che hanno gli Italiani del loro Paese è dunque distorta e sbagliata. Tutto ciò genera un’attitudine a considerare la scienza, la tecnologia, l’arte della prototipazione – indiscusso primato italiano – come delle nicchie a cui sono legati valori economici non rilevanti e comunque non comparabili con quelli presentati da altri paesi.

Questa visione genera sfiducia e soprattutto un’inerzia a operare perseguendo modelli più ambiziosi di sviluppo. Tutto ciò si ripercuote sulla possibilità di fare business in maniera trasparente e veloce, ma soprattutto di formare adeguatamente le nuove generazioni di imprenditori che, spinti dall’energia dell’Innovazione globale, sono motivati a cercare la loro fortuna altrove. Oggi in Italia c’è finalmente molta più attenzione al tema della valorizzazione delle nostre capacità di inventare, progettare e creare. Sta finalmente diventando una necessità nazionale, dunque, quella di vedere valorizzata la nostra ricerca italiana, pubblica e privata, sui mercati internazionali.

In tal senso sta aumentando in Italia la consapevolezza dell’opportunità di operare, sia in ambito industriale che accademico, con un approccio e una visione ispirate appunto all’Open Innovation (Innovazione Aperta), termine coniato nel 2003 dall’autorevole economista statunitense Henry Chesbrough: “Le imprese possono e debbono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche”.

Tale cambio di percezione del business, una volta trovato il sistema di implementarne le procedure attuative e di sviluppare una vera e propria Filiera dell’Innovazione Aperta, è alla base di un nuovo modello di sviluppo economico industriale, anche per l’Italia, che vale 329 miliardi di dollari nel mondo (valore delle royalties sugli IP rights pagate nel 2014 – Fonte: WIPO) di cui i principali paesi beneficiari sono gli USA con un mercato da 128 miliardi di dollari e l’Europa, null’affatto distante, con 122 miliardi di dollari di fatturato derivante da royalties su proprietà intellettuale.

Le imprese italiane, grandi e piccole, possono risolvere il problema della “maturità” della maggior parte dei propri settori tecnologici andando a cercare innovazione “ready made”, ovvero soluzioni innovative già brevettate da altri. Per contro, la brillante ricerca tecnologica italiana, spesso contenuta nelle start up innovative, deve avere un aiuto per trovare sbocchi di mercato. Attraverso modalità e strumenti differenti è possibile dunque operare in entrambi gli scenari, sia con attività di brokeraggio brevettuale sia con attività di ricerca fondi. Le imprese hanno sempre più bisogno di conoscere il valore del proprio portafoglio brevettuale e di sapere quali sono le tecnologie emergenti e i trends di settore, per loro quindi ci troviamo a dover affrontare temi quali stime economico– brevettuali (recentemente anche molto richieste per poter ottenere le agevolazioni messe a disposizione dal Governo mediante lo strumento del Patent Box), valutazioni tecnico comparative, analisi di mercato e scouting tecnologico ai fini del licensing, mentre le start up hanno bisogno di molto di più.

Di fatto, l’Open Innovation è anche una grande opportunità per le start up tecnologiche, nonché per gli spin off universitari, che pur avendo spesso delle tecnologie di avanguardia impiegano anni prima di riuscire ad avere soddisfazioni commerciali derivanti dalle loro invenzioni. A questo si può rimediare appunto mediante la costruzione di partnership industriali che, basate su accordi di licenza, fanno si che sia proprio la grande impresa a trainare la piccola start up verso il mercato.

Il vantaggio? La start up inizia a guadagnare volumi adeguati a finanziare la propria crescita, l’impresa può usufruire di una tecnologia a cui non aveva accesso prima senza sostenerne i costi di sviluppo, già assorbiti, e quindi accollandosi esclusivamente un rischio industriale di produzione e di distribuzione.

Questo approccio crea valore sia nella start up che nell’impresa e apre scenari di crescita per entrambi. È necessario comunicare il nostro Paese in una maniera diversa e raccontare le storie di eccellenza tecnologica che abbiamo esportato in tutto il mondo. È il momento di costruire un nuovo modo di sentire l’Italia, dall’interno prima e all’esterno dopo, e di valorizzare la nostra creatività anche scientifica e tecnologica attirando talenti da fuori, di tutte le nazionalità.

È necessario fare investimenti coraggiosi in tal senso per sostenere le nostre eccellenze e farne crescere di altre; va creato un Sistema Innovazione che possa essere monitorato e a cui affidare le aspettative di crescita del nostro Paese. Gli strumenti e i modelli esistono, non vanno inventati, bisogna far si che diventino un obiettivo prioritario e concretamente realizzato.

Se si riesce in questo intento, a catena vengono risolte le molte disfunzioni organizzative che conosciamo e che ormai sono dei luoghi comuni a cui si dovrà al più presto far fronte. La Cultura dell’Innovazione ha il potere di cambiare l’attitudine al fare del nostro Paese e tale cultura è ancora, come è sempre stato nel passato, il principale driver di attivazione di crescita e di sviluppo di ogni Paese.

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