Far East: “i nodi vengono al pettine”… l’urgenza di uno sviluppo sostenibile

È ormai noto che lo sviluppo incondizionato e spregiudicato delle attività delle economie orientali ed in particolare di quella cinese abbiano generato, da un lato, opportunità (a breve-medio termine) per le realtà industriali occidentali ma abbiano stravolto, dall’altro, gli assetti internazionali rispetto ai poli manifatturieri tradizionali. Questo ha contribuito notevolmente a mettere in crisi anche il sistema della subfornitura, dei trattamenti delle finiture  in Italia.

Il rapido incremento delle attività manifatturiere in Cina ha sostenuto un export invasivo sui mercati occidentali di prodotti a basso costo, alcuni competitivi – e recentemente – non solo perché economicamente attraenti ma anche perché qualitativamente avanzati. L’intenso e rapido sviluppo industriale ha determinato una forte domanda di energia con conseguente immissione in atmosfera di elevate quantità di gas serra. I processi manifatturieri condotti senza rispetto per l’ambiente hanno causato la riduzione delle risorse naturali ed un impatto ambientale locale nei bacini idrici abnorme, determinando anche condizioni critiche per la salute, con un conseguente aggravio del carico al sistema sanitario nazionale, già in crisi, con oneri quantificabili in centinaia di milioni di dollari-anno e con un tasso di incremento atteso del 300% su base decennale.

Le più importanti città e metropoli della Cina, Pechino, Shanghai, Guangzhou annoverano dati dell’indice PM2.5 (misura quantità di micro particolato in aria)  che supera dalle tre alle cinque volte i limiti massimi accettabili e talvolta raggiuge picchi di 35 volte superiori alla soglia di sicurezza.

Il declino ecologico ed ambientale pone dei seri limiti allo sviluppo economico e sociale della Cina. E’ incomprensibile il fatto che quell’aria, che miete migliaia di vittime ogni anno, venga respirata anche dai dirigenti: come è possibile che una civiltà plurimillenaria, che ha anticipato le civiltà occidentali possa cadere in un simile errore?

Comunque sia i “nodi vengono al pettine”: i  costi ambientali e per la salute effettivi risultano amplificati rispetto a quelli derivanti da una pianificazione responsabile dello sviluppo. I costi di impatto locale per l’ambiente e per la salute sono evidentemente a carico dei Paesi responsabili dei disastri ambientali, quello che però ci coinvolge direttamente è l’impatto globale quantificato nel potenziale di riscaldamento (GWP-Global Warming Potential): infatti la Cina è ormai diventato il Paese con emissioni di gran lunga superiori a tutti gli altri attori dell’economia globale. La gestione non sana di questo cambiamento epocale ha disatteso le aspettative e mancato l’opportunità di realizzare il ‘big leap’, il grande salto della Cina verso un progresso ed uno sviluppo che coniugasse sostenibilità a competitività. Questa scelta ha messo in primo piano – forse come unica priorità – il successo economico per favorire il miglioramento delle condizioni di vari segmenti della popolazione, condizione che ha assicurato anche la stabilità e l’autorità degli attuali organi direttivi nazionali. Tuttavia recentemente si evidenzia una presa di coscienza delle emergenze ambientali, di salute e sicurezza anche da parte di vasti segmenti della popolazione, questo ha sicuramente contribuito all’inserimento nell’agenda di governo la questione ambientale.

La speranza è che qualche decision maker apra la finestra del suo ufficio per prendere una bella boccata d’aria e con essa prenda anche coscienza dell’urgenza dell’esigenza di cambiamento di rotta.

Se questo – come ci auspichiamo tutti – accadrà, avrà conseguenze dirette sul miglioramento delle condizioni ambientali in Cina e nel mondo e sicuramente anche a livello economico, fondando le basi di una concorrenza leale e facendo riemergere il significato profondo del termine cum-currere: correre-insieme, verso uno sviluppo sostenibile. Basta fughe solitarie drogate di comportamenti sleali: così perdiamo tutti.

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